OSIV - Immigrati e bisogni abitativi
i termini della questione

Cosa indaghiamo

1. Introduzione

Da quando l'immigrazione ha assunto una certa consistenza nel nostro paese l'attenzione si è rivolta allo studio della dimensione del contingente e della sua distribuzione territoriale, ma i due temi sui quali si è più dibattuto sono l'inserimento lavorativo e il problema casa.
Sul primo, seppure con le notevoli difficoltà dovute all'utilizzo delle fonti amministrative, si è raggiunta una certa conoscenza almeno per quanto riguarda gli aspetti più di rilievo (dimensioni e caratteristiche dell'inserimento). Sul secondo a tutt'oggi si naviga nel buio, al di là della consapevolezza che esiste una difficoltà oggettiva per gli immigrati di trovare casa, non sappiamo quanto pesi in realtà il problema. La non conoscenza dipende sia dall'inesistenza di fonti esaustive che misurino la precarietà o la domanda non soddisfatta, che dalla pressoché inaccessibilità ad alcune fonti (es. la fonte delle denunce di nuovi proprietari/affittuari).
Le indagini dal lato della domanda (interviste ad immigrati) e le rilevazione, condotte tra notevoli difficoltà, rivolte ai comuni e alle Ater, hanno -come vedremo- fornito alcuni elementi di conoscenza, mai comunque tali da permettere una misurabilità soddisfacente dei fenomeni.
In questo notiziario Osiv si cercherà di mettere in fila alcune delle conoscenze disponibili (certe maturate in studi precedenti) sulla questione abitativa in provincia di Venezia. L'intento è delineare con maggiore chiarezza i confini e i termini in cui si pone la questione.
L'analisi si sviluppa nei seguenti punti:


Diamo i numeri

2. Patrimonio abitativo in provincia di Venezia

Un primo aspetto da cui partire riguarda la consistenza del patrimonio abitativo in provincia di Venezia. Sono stati censite circa 310 mila abitazioni in provincia (tab.1) pari al 18% del totale regionale. Il 76% sono abitazioni di proprietà, quota uguale a quella regionale, ma che si distingue dal dato nazionale (71%). Il restante 24% si distribuisce tra un 17% in affitto e un residuo 6% in uso gratuito o in comodato d'uso.


Tab. 1 Abitazioni per titolo di godimento

Proprietà AffittoAltroTotale
Provincia di Venezia 76% 17% 6% 100% 309.695
Regione Veneto 76% 17% 7% 100% 1.699.521
Italia 71% 20% 9% 100% 21.653.288
Fonte: elaborazioni Coses su dati Istat - Censimento 2001


La quasi totalità delle abitazioni (92%) è di proprietà privata (tab. 2), una percentuale comunque più bassa di quanto registrato a livello regionale e nazionale dove la quota sale rispettivamente al 95% e al 94%. Dal raffronto con le tre realtà geografiche appare quindi una maggiore consistenza relativa del patrimonio abitativo pubblico nel veneziano.


Tab. 2 Abitazioni per proprietà

Privata PubblicaAltroTotale
Provincia di Venezia 92% 6% 1% 100% 309.695
Regione Veneto 95% 4% 1% 100% 1.699.521
Italia 94% 5% 1% 100% 21.653.288
Fonte: elaborazioni Coses su dati Istat - Censimento 2001


Lo scorso decennio (1991-2001) è stato interessato da un aumento del numero di abitazioni e da un lieve calo del rapporto tra abitazioni non occupate e totale abitazioni. La popolazione però è diminuita per un netto calo della componente nativa non compensato dal notevole incremento del segmento immigrato. Gli andamenti discordanti tra popolazione totale e patrimonio abitativo possono essere giustificati da un incremento del numero dei nuclei familiari (aumento domanda).
In sintesi i numeri del cambiamento dell'ultimo decennio sono:

A prescindere dagli andamenti della popolazione, il patrimonio abitativo è cresciuto in tutti i comuni (fig.1) e soprattutto nei comuni di confine in primis Meolo, Quarto d'Altino, Fossò e Santa Maria di Sala che registrano aumenti superiori al 30%; Vigonovo, Fiesso, Noale, Scorzè e Marcon, con variazioni dal 21-30% a cui si aggiungono, per incrementi analoghi, Musile, Eraclea, Torre di Mosto e Pramaggiore.
Nel periodo intercensuario in tutti questi comuni, ad eccezione di Fiesso, è anche aumentata la popolazione (fig.2). Dalla figura si nota un legame tra l'incremento del patrimonio abitativo e quello della popolazione: l'incremento è più debole nei comuni in cui la popolazione aumenta di meno o addirittura diminuisce.
Come si è detto il peso del non occupato diminuisce e questo accade nella maggioranza dei comuni (fig.3), ma si registrano pure aumenti di peso: inferiori al 2% in comuni come Eraclea, Fossalta di Portogruaro, Cinto, Ceggia, Musile, Scorzè, Martellago e Mira; in altri centri, Vigonovo, Fossò e Cavarzere, l'incremento del peso è stato tra il 2 e il 4%; infine, le variazioni positive più grandi (più del 4%) si registrano a Fiesso e Quarto d'Altino. Dal confronto tra la figura 1 e la 3 si evidenzia che l'aumento del peso del non occupato riguarda comuni che hanno accresciuto anche di molto il patrimonio abitativo (l'esempio più significativo è rappresentato da Quarto d'Altino): è probabile si tratti di nuove costruzioni non ancora occupate alla data del censimento. Diverso è invece il caso di comuni come Cavarzere dove l'aumento del non occupato si accompagna ad una debole crescita del numero delle abitazioni e al calo della popolazione italiana non compensata dall'incremento degli immigrati residenti.


Fig. 1 Patrimonio abitativo. Variazioni % 2001-1991

Fonte: elaborazioni Coses su dati Istat Censimenti 1991 e 2001



Fig. 2 Variazioni % 2001-1991 per popolazione totale e patrimonio abitativo

Fonte: elaborazioni Coses su dati Istat - Censimenti 1991 e 2001



Fig. 3 Abitazioni non occupate sul totale delle abitazioni. Differenza pesi 2001-1991

Fonte: elaborazioni Coses su dati Istat - Censimenti 1991 e 2001



3. Povertà e disagio abitativo

Un altro nodo che prendiamo in considerazione in questo excursus sulla questione abitativa riguarda il legame tra povertà economica e disagio abitativo. La presenza di buone condizioni reddituali e di ricchezza difficilmente si accompagnano a situazioni di disagio abitativo. Inoltre, "esiste una forte correlazione tra livello di reddito e proprietà dell'abitazione, le famiglie che appartengono al quintile più basso nella distribuzione del reddito pagano l'affitto nella proporzione del 36% e solo nel 52% dei casi vivono in una casa che è loro. Tali valori sono invece pari rispettivamente al 7% ed all'86% per il quintile più alto" (Commissione di indagine sull'esclusione sociale, 2003). Sul 36% delle famiglie appartenenti al quintile più basso gravano anche le forti tensioni del mercato degli affitti.
Si fa osservare che il disagio abitativo è uno degli indicatori considerati per la prima volta dall'Istat nell'indagine riguardante gli studi sulla povertà e l'esclusione sociale a livello regionale (Istat, 2003).
Le variabili da considerare per guardare al disagio abitativo sono attinenti all'abitazione (luminosità, infiltrazioni d'acqua, dotazione di alcuni servizi di base, etc.), dati censuari non ancora del tutto disponibili e che, quando lo saranno, permetteranno un'analisi a livello comunale. Risulta invece al momento noto un dato censuario al quale si deve prestare una certa attenzione perché rappresenta un segnale di difficoltà presente nelle nostre comunità. Nel decennio passato in provincia di Venezia sono aumentate le soluzioni abitative precarie (garage, roulotte, tende, soffitte, etc.) da 105 a 344, al 2001 esse rappresentavano il 19% del totale degli alloggi precari censiti in regione (1.854) contro il 12% registrato nel 1991. Infatti, l'incremento di questi tipo di alloggi nel veneziano è stato del 228%, mentre nella media regionale è stato del 117%. Ben il 56% degli alloggi precari sono censiti nel comune di Venezia (fig.4), gli altri comuni che sembrano maggiormente interessati dalla presenza di questa tipologia di soluzione abitativa sono: Jesolo, Fossalta di Piave, Portogruaro, San Donà di Piave appartenenti all'area orientale della provincia, Spinea e Scorzè della zona centrale.
Che in provincia ci sia un aumento delle famiglie povere o che comunque sono in difficoltà nel sostenere i costi dell'abitazione è testimoniato anche dalla crescita delle domande di contributo per l'affitto: da 2.656 domande nel 2000 a 3.310 nel 2001 (Coses, 2003).



Fig. 4 Distribuzione territoriale degli alloggi diversi da abitazione

Fonte: elaborazioni Coses su dati Istat - Censimenti 1991 e 2001



4. Esiste e perché un problema casa per gli immigrati?

Aumentano le situazioni delle famiglie che chiedono contributi per sostenere i costi delle locazioni, aumentano gli sfratti (204 nel 1999, 665 nel 2001), calano invece gli alloggi pubblici dell'Ater: da 16.787 nel 1999 a 10.103 nel 2002 a circa 5.000 nel 2003 (Coses, 2003). Questi dati confermano che esiste un "problema casa" per una parte della popolazione residente. Il "problema casa" degli immigrati si inserisce in questo contesto e presenta peculiarità tali da giustificare, a parità di condizioni con la popolazione nativa, interventi diversificati e aggiuntivi per risolvere il problema.
Prima di tutto va precisato che la domanda di alloggio proveniente da una parte dell'immigrazione è una domanda fluttuante segue cioè l'andamento dei flussi immigratori previsti per gli stagionali. Si tratta di immigrazioni temporanee che richiedono tipologie abitative diverse da quelle richieste da una domanda standard che proviene da un nucleo familiare nativo od immigrato che sia.
In secondo luogo la mobilità nel territorio risulta molto elevata per gli immigrati; infatti nel 2002 su 39.057 cittadini stranieri iscritti nei comuni del Veneto si è contato circa il 45% (17.467) di trasferimenti di residenza interni (intra-provinciali, da province della stessa regione e da province di altre regioni) (Istat, 2004).
Vi è poi da considerare che l'inserimento negli spazi urbani a volte crea problemi non solo con la comunità nativa, ma anche con le comunità straniere di nazionalità diversa già insediate.
Variabilità della domanda, elevata mobilità, compresenza di nazionalità diverse rappresentano elementi aggiuntivi che si inseriscono nel "problema casa" per gli immigrati.
Ma, forse, ciò che incide maggiormente sull'esistenza del problema è dato dal fattore discriminazione. Alle difficoltà che incontrano alcune fasce di popolazione italiana nel trovare abitazioni a prezzi accessibili, si aggiungono differenze culturali, stereotipi vari, magari pure rafforzati da alcune esperienze negative. Gli esiti di un'indagine condotta a Torino mettono bene in luce il fenomeno (Comitato Oltre il razzismo, 2000). L'indagine è stata così condotta, si sono scelte le inserzioni sui giornali che offrivano abitazioni in affitto. Su 126 chiamate fatte da stranieri nel 71% ci sono state risposte negative (le rispose erano: "non si affitta a stranieri", "l'alloggio è già stato affittato", "non possiede i requisiti necessari", etc.), solo il 29% sono state positive (l'alloggio era disponibile e lo straniero è riuscito a fissare un appuntamento per andarlo a vedere). Nel 71% dei casi negativi alla successiva telefonata fatta dall'italiano la casa era disponibile.
Viviamo cioè con un'enorme contraddizione: affidiamo agli immigrati la cura dei nostri famigliari, ma li consideriamo inaffidabili e con costumi (troppo? ndr) diversi dai nostri (AA.VV. Con-vivere la città, 2003).
Se il contesto entro il quale si muovono gli immigrati nel cercare casa è così difficile, quali sono le soluzioni abitative alle quali essi approdano? Per rispondere a questa domanda si deve ricorrere ai risultati di indagini condotte in Veneto e in altri contesti italiani che illustrano la distribuzione degli immigrati in relazione alle diverse soluzioni abitative. La ragione di questa analisi risiede nel voler sottoporre all'attenzione del lettore i pesi delle differenti soluzioni abitative così da avere un quadro di riferimento su cui ragionare in termini di precarietà abitativa.
A questo proposito si riportano gli esiti di una recente indagine condotta dal Coses (Coses, 2001 - Sono stati intervistati 150 immigrati arrivati in Italia dopo il 1995) nell'area vicentina.


Tab. 3 Condizione abitativa degli immigrati da esiti di indagini

Indagine Coses 2001 Indagine Ismu 2003
All'arrivo Dopo 5 anni
In affitto 35% 62% 69%
In proprietà 4% 9% 11%
Soluzioni instabili 53% 24% 19%
- ospiti 49% 17% 15%
- albergo 1,3% 0,7% 1%
- centro accoglienza 3% 6% 3%
Soluzioni precarie 7% 5% 2%
Totale 100% 100% 100%
Fonte: Coses (150 casi) e Ismu (8.000 casi)



Da un confronto con i risultati della medesima indagine condotta da altri istituti di ricerca nelle regioni del cordone Adriatico (Carchedi e Gesano, 2001), emerge che non esistono differenze molto significative tra regioni che presentano caratteristiche dell'immigrazione simili. Pertanto si ritiene che gli esiti dello studio che verranno qui riassunti possano essere estesi anche ad altri ambiti territoriali. Dall'indagine Coses sono emersi i seguenti principali elementi:

Una più recente indagine svolta in Lombardia (Blangiardo, 2004, pag. 105) evidenzia analoghi risultati a quelli emersi in Veneto: l'11% alloggia in case di proprietà, il 69% in affitto, il 13% è ospite da amici, conoscenti o del datore di lavoro, solo il 2% riguarda le condizioni più precarie (occupazione abusiva, baracche, senza fissa dimora) (tab.3).
I risultati di questi studi consentono di abbozzare alcune indicazioni in merito alla condizione abitativa degli immigrati. La precarietà abitativa (senza tetto, alloggio in albergo o in strutture di accoglienza) dovrebbe riguardare - nelle regioni del nord caratterizzate da un elevato inserimento lavorativo degli immigrati - una quota dal 6 al 10% circa della popolazione immigrata. In provincia di Venezia con i dati dei permessi al 2003 (30.260), la precarietà dovrebbe interessare dai 2.000 ai 3.000 immigrati. La maggioranza, invece, alloggia in case in affitto (con la famiglia o con altri immigrati) o in case di proprietà o viene ospitata da amici.
In conclusione la condizione abitativa dell'immigrato varia con il percorso migratorio nel Paese di arrivo: se all'arrivo sono le sistemazioni precarie quelle che hanno più peso, con il procedere del progetto di stabilizzazione sono le soluzioni più stabili ad avere il sopravvento. Ma numerosi sono ancora gli immigrati che stimiamo essere alla ricerca di un alloggio.



5. Immigrati nelle aree veneziane

Il fabbisogno di abitazioni per gli immigrati è correlato con la loro distribuzione territoriale. Al momento non sono disponibili dati aggiornati sugli stranieri residenti nei comuni (il notiziario si è chiuso a febbraio 2005).
Gli ultimi risalgono al censimento 2001 (rilevazione del 21 ottobre) con 15.176 immigrati residenti.



Fig. 5 Popolazione straniera per comune di residenza

Fonte: Elaborazioni Coses su dati Istat - Censimento 2001



I comuni in cui al censimento la presenza era più concentrata risultano: Venezia e i comuni adiacenti, Scorzè, Spinea, Mirano, Mira, e i comuni dell'area orientale, San Donà, Jesolo, Carole e Portogruaro (si veda anche tab.16 in Notiziario Osiv n.1).
La regolarizzazione del 2002 che ha contribuito all'incremento di circa il 50% della presenza in provincia (8.871 regolarizzati, 16.766 permessi alla fine del 2002 e 30.260 risultanti alla fine del 2003), ha rafforzato la presenza nell'area centrale (Cpi di Venezia) dove erano dimoranti circa il 48% dei regolarizzati per lavoro. Su questo dato incide la regolarizzazione delle assistenti familiari e dei domestici (53% in provincia sul totale dei regolarizzati) solitamente ospiti dei datori di lavoro. Pur tenendo conto di ciò, la domanda di abitazioni per immigrati dovrebbe essere assai elevata nel comune capoluogo dove storicamente si concentra la maggiore presenza di immigrati e dove il mercato immobiliare residenziale presenta molte tensioni sia per la discrepanza, quantitativa e qualitativa, tra domanda e offerta che per i livelli dei prezzi di quest'ultima.



Tab. 4 La localizzazione dei regolarizzati

Centri per impiego Residenti al 2001 Regolarizzati per lavoroIncidenza
v.a. % v.a. %%
Venezia 6.116 40,3 3.757 48,4 61%
Portogruaro 1.904 12,5 669 8,6 35%
San Donà di Piave 2.898 19,1 1.102 14,2 38%
Chioggia 541 3,6 388 5,0 72%
Mirano 1.970 13,0 937 12,1 48%
Dolo 1.747 11,5 909 11,7 52%
Sub totale 15.176 100,0 7.762 100,0 51%
Fuori provincia - - 129 - -
Dati mancanti - - 61 - -
Regolarizzati per ricerca lavoro - - 919 - -
Totale - - 8.871- -
Fonte: elaborazioni Coses su dati Istat Censimento 2001 e su dati Prefettura (febbraio 2004)



6. Elementi per una stima del fabbisogno abitativo per la componente immigrata

Gli elementi finora introdotti hanno cercato di tracciare i confini del "problema casa" per gli immigrati, non hanno risposto invece alla domanda in quali termini è possibile stimare i fabbisogni abitativi o meglio di quali parametri e conoscenze occorre tener conto in un'ipotesi di stima. È una domanda che intriga perché la risposta non è facile, in essa si inseriscono valutazioni qualitative e quantitative; ma intriga anche perché essa si lega ad un'altra domanda con una valenza ancora più vasta: qual è la capacità di tenuta delle nostre realtà in presenza di richieste che concorrono con quelle degli italiani nell'accesso ad una risorsa scarsa?
Per i fabbisogni di manodopera la risposta è già più facile, l'indagine Excelsior e le richieste di autorizzazione che pervengono alle Direzioni provinciali del lavoro aiutano in tal senso, mentre non risultano esserci indagini in Italia sul fabbisogno abitativo.
Per una stima del fabbisogno annuale sarebbe necessario mettere in relazione diverse grandezze non sempre desumibili dalle statistiche disponibili. Semplificando, si tratterebbe di conoscere la reale consistenza dei flussi di arrivo per lavoro nel corso di un anno, la durata della permanenza e la quantità di flussi incrementali prodotti dall'effetto indiretto del ricongiungimento familiare. Se anche si disponesse di quantificazioni così esplicite e chiare si potrebbe esprimere il fabbisogno abitativo in termini di posti letto, ma non in termini di tipologie delle strutture. Infatti, la tipologia della struttura abitativa idonea a dare ospitalità agli immigrati dipende dal tipo di richiesta che deve andare a soddisfare:

L'appartamento o la casa è la tipologia abitativa che sicuramente risponde alle domande del terzo tipo, ma non in modo esclusivo. L'abitazione in senso stretto rappresenta la struttura che può soddisfare le esigenze espresse anche da gruppi di connazionali single pure nell'ipotesi di temporaneità della loro permanenza. Oltre all'appartamento (o casa) ci sono altre tipologie abitative che possono rispondere alla domanda di abitazione degli immigrati:

La dotazione di strutture con diversa funzionalità e rispondenti ad esigenze diverse dipende, non da ultimo, dalle scelte che gli attori locali, pubblici e privati, intendono operare.
Ritornando all'aspetto quantitativo della stima, si richiama l'attenzione su alcuni elementi conoscitivi che possono contribuire a fornire una stima dei posti letto necessari per soddisfare una domanda incrementale annuale proveniente dalla componente immigrata. Va ribadito, comunque, che si tratta di grandezze sulle quali ragionare più che di vere e proprie stime puntuali.
Proviamo a svolgere l'esercizio per la provincia di Venezia. L'aumento dei residenti extracomunitari in provincia di Venezia, negli ultimi anni prima che si verificasse l'evento dirompente (per dimensione del fenomeno) della regolarizzazione, era di circa 2.000 unità all'anno. Tale ammontare comprende i minori (che in età inferiore ai 14 anni non hanno permesso di soggiorno individuale) e i nati. Si può assumere la misura dei residenti come grandezza di riferimento per una stima dell'aumento del numero dei posti letto per la componente più stabile dell'immigrazione.
Dai dati sulle autorizzazioni concesse (dati di flusso annuale di ingressi dall'estero per lavoro) risulta che negli ultimi anni i flussi di ingresso per lavoro a tempo indeterminato oscillano attorno a valori di poche centinaia, mentre assai più consistenti sono i flussi a tempo determinato (crescenti dalla fine degli anni novanta) che nel 2002 sono stati di circa un migliaio e di quasi due (1.799) nel 2003. Ragionevolmente si tratta in buona parte di lavoro stagionale anche se, come è noto agli operatori, il ricorso al contratto a tempo determinato viene anche usato come periodo di prova del lavoratore immigrato.
Tenendo conto di queste informazioni, nella provincia di Venezia il fabbisogno incrementale annuale di posti letto, nell'ipotesi di incrementi come quelli osservati qui, potrebbe aggirarsi sulle 2.000 unità a cui vanno aggiunte circa altre 2.000 per l'ospitalità temporanea.
Si tratta di un'ipotesi di stima da prendere con cautela. Inoltre, va considerato che gli ingressi (autorizzazioni) potrebbero già essere, almeno in parte, inclusi nei dati sui residenti. L'immigrato non ha obbligo di chiedere l'iscrizione anagrafica, quindi ci possono essere cittadini non comunitari insediati sul territorio che hanno solo il permesso di soggiorno e non vengono compresi nelle residenze. Si ritiene, però, che le caratteristiche della fonte sui permessi di soggiorno (la provincia di rilascio del permesso può essere diversa da quella di effettiva dimora, i permessi contabilizzano di solito solo i minori con più di 14 anni) non consentano di svolgere stime più affinate di quelle proposte.
In conclusione, le stime sui fabbisogni abitativi possono avvalersi delle attività di monitoraggio svolte sia sul fronte della dinamica demografica sia su quello della domanda di lavoro. L'analisi di trend di una presenza che continua a crescere rappresenta un'indicazione di metodo per prevedere gli incrementi della domanda abitativa evitando così di adottare soluzioni di emergenza ed incentivando, invece, le soluzioni programmate che facilitano il corretto inserimento dei nuovi cittadini nelle comunità di arrivo.


7. Il ruolo del pubblico e del privato non profit

Nella ricerca di un'abitazione l'immigrato si muove da solo o con l'appoggio dei connazionali anche se, come indicano alcune ricerche (Zucchetti, 1999; Coses, 2002), non va dimenticato il ruolo rilevante svolto dal terzo settore - anche in collaborazione con gli enti locali - nell'opera di facilitazione per la ricerca di una casa (si pensi al compito di intermediazione tra proprietari di case e immigrati oltre che all'offerta di posti letto in strutture proprie o dal non profit gestite). Ma, in termini di quantità, l'offerta è risicata e incide sulla parte più marginale della domanda. Così pure la disponibilità offerta dai comuni nell'ambito dell'edilizia residenziale pubblica risulta poca cosa in confronto alla richiesta. Una recente ricerca OSIV svolta in provincia (Coses, 2003) testimonia che i posti letto occupati da immigrati nell'ambito dell'edilizia residenziale pubblica e nelle strutture gestite dal terzo settore pesano per il 6% sul totale delle presenze: dati al 2002, 790 posti letto (di cui 296 ERP (Edilizia Residenziale Pubblica) e 494 gestiti dal non profit) su circa 14.000 immigrati extracomunitari presenti dotati di permesso di soggiorno (La rilevazione è aggiornata al 2002, sono stati considerati i dati di stock relativi all'edilizia residenziale pubblica occupata da cittadini extracomunitari e i posti letto occupati da essi in strutture del terzo settore o solo da esse gestite. ).
In base alla ricerca citata su 4.752 domande presentate per l'assegnazione di alloggi di Edilizia Residenziale Pubblica il 14% (655) riguarda domande di immigrati (fig.6) che vengono soddisfatte nel 5% delle domande valide (30 su 596), una quota inferiore a quella attinente le domande degli italiani e pari al 7% (258 su 3.561). I tassi di esclusione sono del 9% (59 su 655) per gli immigrati e del 13% (536 su 4.097) per gli italiani. Si smentisce quindi l'idea che difetti di forma o nel merito pesino di più nelle domande degli stranieri. Su 100 alloggi assegnati il 10% (30 su 288) va agli immigrati.



Fig. 6 Edilizia residenziale pubblica: domande presentate,
escluse e soddisfatte in base alle graduatorie in vigore al 2002

Fonte: Coses 2003



Dalle organizzazioni del terzo settore (la rilevazione ha incluso le entità religiose per l'importanza che esse hanno nell'ambito del fenomeno osservato, anche se non appartenenti in senso stretto al terzo settore così come spesso definito in letteratura) operanti in provincia proviene un'offerta di circa 500 posti letto in strutture gestite dalle medesime organizzazioni. Il 24% dell'offerta viene dagli enti religiosi (ente ecclesiastico, istituto religioso, parrocchia), il 21% dalle cooperative sociali, il 22% dalle Ipab, il 9% dalle fondazioni. Il resto si distribuisce tra associazioni (5%), enti morali (4%), altro (15%) (fig.7).



Fig. 7 Distribuzione di posti letto per tipologia
dell'organizzazione (rilevazione settembre 2002)

Fonte: Coses 2003



Circa il 37% dei posti letto sono pagati per rette e affitti (si tratta di spese per rette ed affitti per la gestione dei posti letto, nel questionario si chiedeva di chi erano a carico le spese) esclusivamente dalle amministrazioni pubbliche (fig.8) che concorrono ai costi con il terzo settore per un altro 9%. Il 28% dei posti letto sono pagati dai soli immigrati ospiti, il 16% dalle sole onp (organizzazioni non profit) e il 9% è a carico sia degli ospiti che delle onp.
Naturalmente anche quando le spese di ospitalità in senso stretto sono a carico di enti diversi dalla onp, questa non è esente dal sostenere altri costi riguardanti la gestione generale e la progettazione degli interventi.
Dall'indagine emerge inoltre che le risorse pubbliche destinate all'ospitalità degli immigrati non sono solo quelle dell'edilizia residenziale pubblica, dei contributi erogati a sostegno delle spese di locazione o di altri interventi gestiti direttamente dal pubblico, ma anche le risorse impiegate nel terzo settore che realizza progetti di ospitalità; d'altro canto si sottolinea che forse proprio il welfare mix pubblico-privato non profit riesce a produrre servizi che da soli nessuna delle due parti riuscirebbe a produrre.



Fig. 8 Ripartizione dei posti letto in base al soggetto
che si fa carico della spesa di rette o affitti
(rilevazione settembre 2002)

Fonte: Coses 2003



Consultazione del lavoro

Estratto del Notiziario OSIV n. 3 - Maggio 2005, a cura di Stefania Bragato.


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