Sulla tassa di soggiorno

di G. Santoro

Nelle politiche turistiche nazionali - ma forse è una tendenza di tutti settori economici o addirittura dell'intero Paese - sembra sia diventato di moda rimpiangere ciò che non c'è più e denigrare ciò che c'è ancora. Tale concetto si applica bene alla vicenda del Ministero del Turismo, uscito dalla porta del referendum e rientrato dalla finestra della nomina in Consiglio di Ministri (si badi bene di un Ministro e non di un Ministero, due cose ben diverse), ma si applica ancora meglio alla vicenda dell'imposta di soggiorno.
Nello stanco dibattito tra favorevoli e contrari all'imposta, il contrasto appare più formale che contenutistico e le posizioni espresse sembrano spesso preconcette. Che l'imposta possa incidere in modo sostanziale sui consumi turistici, disincentivandoli, risulta un assurdo al quanto evidente anche alla luce del fatto che non solo la provincia di Bolzano ma anche uno dei nostri competitor diretti come la Francia ha a tutt'oggi in vigore l'istituto della taxe de séjour - ed entrambe non sembrano risentirne particolarmente a livello di performance.
D'altra parte è anche opportuno precisare che la Francia ha un'imposizione fiscale sul valore aggiunto (IVA) molto più bassa rispetto a quella italiana, l'imposta di soggiorno è relativamente esigua (da 0,20 a 1,50 ) e lo Stato investe ingenti risorse economiche in promozione turistica: risorse che, per la verità, sono impiegate anche dalla PA italiana nel suo complesso ma disperse tra mille rivoli di spesa e - soprattutto - tra e da differenti soggetti pubblici (a livello periferico e centrale).
Preconcetto sembra anche l'opposizione tra imposta di soggiorno e imposta di scopo, laddove si voglia vincolare il prelievo alla realizzazione di eventi ed iniziative promozionali o gestionali comunque legate al turismo. Tale vincolo, infatti, rischia di indebolire una delle principali leve della sostenibilità del turismo - quella sociale - attraverso la quale il sistema si mantiene in equilibrio: ne è un esempio il trasporto pubblico veneziano generosamente remunerato dai visitatori della Città a beneficio dei residenti.
Quella di soggiorno - ad ogni modo - resta a mio parere un'imposizione che focalizza solo in modo parziale una serie di elementi non sempre rappresentati: risulta poco flessibile ed elastica - adattandosi difficilmente ad un prodotto scambiato sul libero mercato; va a colpire con maggiore incidenza le fasce di clientela - e dunque le strutture - di tipo intermedio poiché più sensibili alla variabile prezzo; è applicabile alle sole strutture ricettive "ufficiali" - lasciando pertanto fuori la gran parte del sistema imprenditoriale che gira intorno al turismo.
Proviamo allora ad andare oltre la semplice contrapposizione tra le parti proponendo una soluzione che per certi versi potrebbe sembrare salomonica. Vincoliamo una quota percentuale (minima tra lo 0% e l'1%) dell'IVA sui consumi legati al turismo in senso esteso - la ricettività, la ristorazione, i trasporti, l'intrattenimento, il commercio, i pubblici esercizi, ecc. - alla gestione della destinazione: dalla promozione di attività di rivitalizzazione urbana, al miglioramento dei servizi dedicati ai fruitori in senso esteso della Città (residenti, studenti, pendolari, turisti, escursionisti, ecc.).
In tale modo si otterrebbe un duplice obiettivo: la strutturazione di una relazione diretta ed evidente tra costi e benefici del turismo a livello locale ed una responsabilizzazione degli operatori che - in caso di evasione fiscale - si troverebbero di fronte la responsabilità morale, sociale ed etica di aver drenato risorse non tanto ad un distante Stato centrale quanto ad una molto più vicina amministrazione locale e dunque alla comunità nel suo complesso.



di G. Santoro, giugno 2010


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